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31Maggio

1.L'inconscio collettivo e gli archetipi

Per molti anni Jung si occupò principalmente dell'inconscio personale, benché sin dall'inizio non assegnasse ad esso un carattere puramente regressivo. Successivamente, nel corso dei suoi esperimenti (con il reattivo di associazione verbale), Jung si occupò dei complessi e ne rintracciò ogni possibile varietà, da quelli formati da un piccolo gruppo di rappresentazioni inconsce a quelli che costituivano casi completamente sviluppati di doppia personalità. Due erano le caratteristiche di maggiore rilievo: l'autonomia nello sviluppo dei complessi e la loro tendenza ad assumere la forma di una personalità (come si può vedere nei sogni, nello spiritismo, nelle attività medianiche, nei casi di possessione e in quelli di personalità multipla).

Il passo successivo fu rappresentato dalla nozione di "imago". Freud aveva sottolineato l'importanza e la durevole influenza delle relazioni dei bambini con i loro genitori; ciò che era importante non era la reale figura del padre o della madre ma l'immagine soggettiva che ne aveva il bambino. Jung propose di chiamare questa rappresentazione soggettiva imago, una parola ispirata al romanzo di Carl Spitteler.

Freud aveva fatto rilevare che l'imago dirigeva inconsciamente la scelta dell'oggetto d'amore. A Jung erano sembrati non sufficientemente chiariti i motivi delle discrepanze tra la madre reale e l'imago materna. Giunse alla conclusione che l'elemento determinante era la preesistenza, nella psiche umana, di una immagine inconscia della donna. Il concetto di imago, nella psicologia junghiana rappresentò dunque uno stadio di transizione tra la nozione di complesso e la nozione di archetipo, a sua volta strettamente collegata alla concezione junghiana dell'inconscio collettivo.

Jung ritiene che esistano molte situazioni psicologiche che non si possono spiegare solo facendo ricorso alla propria storia personale o all'inconscio freudiano, sede dei complessi e dei conflitti che derivano dalle esperienze infantili. Ad esempio, alcuni sogni, tutte le favole e spesso la stessa ricerca e scelta del partner fanno ritenere che si debba ricorrere a un'altra ipotesi teorica, che prescinda da esperienze reali passate. Jung ipotizza quindi, per spiegare queste situazioni, un inconscio collettivo, contenitore della "memoria della specie"

"Oltre alla nostra coscienza immediata, che è di natura del tutto personale e che riteniamo essere l'unica psiche solo empirica (anche se vi aggiungiamo l'inconscio personale come appendice) esiste un secondo sistema psichico di natura collettiva, universale e impersonale che, è identica in tutti gli individui. Questo inconscio collettivo non si sviluppa individualmente , ma è ereditato. Esso consiste di forme preesistenti, gli archetipi, che possono diventare consci solo in un secondo momento e danno forma determinata a certi contenuti psichici".L'inconscio è secondo questa teoria un concetto-limite psicologico (non metafisico) che copre tutti quei processi psichici che l'Io non riferisce a se stesso, ma che sperimenta nell' ambito della personalità come qualcosa di estraneo alla propria facoltà di decisione.

Per sostenere la teoria dell'inconscio collettivo, Jung utilizzò il metodo dei parallelismi culturali, dimostrando che ogni gruppo etnico, di fronte a eventi universali quali la nascita, la morte, l'amore e così via, risponde con modalità comportamentale ed espressive simili, come si può riscontrare dal confronto di diverse mitologie e sistemi religiosi o di diverse creazioni artistiche, nonché dal confronto di questi con il materiale psichico emergente dai sogni, dalle fantasie. [....]. Di queste convergenze si possono dare diverse spiegazioni, ma in primo luogo si può presumere che l'uomo, in quanto membro della specie umana, ha una determinata conformazione del sistema nervoso, per cui reagisce di fronte a delle esperienze fondamentali in modo identico, al di là delle razze, del tempo e dello spazio. (Carotenuto, 1991b, p.205).

Per ritrovare i contenuti dell'inconscio collettivo non possiamo che fare ricorso ai miti. Anche Freud, che se ne è ampiamente servito (si pensi solo al famoso mito di Edipo), ritiene infatti che sia assolutamente probabile che i miti "corrispondano ai residui deformati di fantasie di intere nazioni, e cioè ai sogni secolari (continuati per secoli) della giovane umanità" (1907, p.382).

Questi residui mitici potrebbero rappresentare la traccia mnestica su cui si struttureranno gli "archetipi". Se accettiamo l'esistenza di una memoria della specie, dobbiamo accettare il fatto che "il primo uomo, il primo essere vivente o forse addirittura la prima cellula biologica ci hanno trasmesso nel corso dei millenni le strutture archetipiche di cui siamo portatori" (Carotenuto, 1991b, p.218). Se concordiamo con questa ipotesi dobbiamo allora ricordare che, circa tre miliardi di anni or sono, una cellula, che conteneva in sé elementi maschili e femminili (che fino a quel momento si era riprodotto aganicamente) in un modo ancora misterioso per noi, si divise e diede luogo ai due sessi. Tuttavia, per far nascere nuove vite i due sessi dovevano riunirsi, la natura quindi creò la sessualità come spinta biologica che porta i due esseri complementari, frutto della divisione, a cercarsi e a riunirsi.

Ogni essere umano dunque maschio o femmina, è la metà di qualcosa che un tempo era intero, e ognuno di noi, secondo Jung, conserva in quella parte della memoria appartenente alla specie il ricordo di questo avvenimento.

Di questo mondo inconscio e fantastico fa parte l'archetipo dell'androgino. Il mito dell'androgino ci viene così raccontato da Platone nel Convivio: In primo luogo l'umanità comprendeva tre sessi, non due come ora, maschio e femmina, ma se ne aggiungeva un terzo, partecipe di entrambi e di cui ora è rimasto il nome, mentre la cosa si è perduta. Era allora l'androgino, un sesso a sé, la cui forma e nome partecipavano del maschio e della femmina. (Platone, Opere complete, p.165).

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