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31Maggio

1 La psicoanalisi alla fine del secolo scorso

Freud che visse e lavorò sempre a Vienna, ad eccezione dei primi anni e degli ultimi mesi della sua vita, sviluppò le sue teorie sull'eziologia sessuale delle nevrosi e sulla psicologia della donna in una città "libertina" sotto il profilo sessuale e in cui vi era un forte movimento femminista che faceva sentire già da tempo la propria voce.
Ma nessuno di questi due fattori è determinante per quanto riguarda il valore ultimo dei suoi concetti, dal momento che non serve a "spiegarli".

Uno dei motivi che determinano da parte dei più il rifiuto della psicoanalisi è quello di considerarla l'insieme delle fantasie di un uomo ancorato al proprio tempo e ad una determinata cultura.
In questo caso Freud viene considerato un "patriarca vittoriano", che condanna con gli occhi dell'Inghilterra puritana la licenziosa Vienna; oppure, altrettanto arbitrariamente, si sostiene che la sua "disgustosa" teoria che vede sesso dappertutto sia la conseguenza dell'avere vissuto in quella capitale cosmopolita, luogo di perdizione per l'intera Europa.

A Vienna esisteva un antagonismo a noi familiare tra la moralità restrittiva della famiglia borghese e la licenziosità sessuale nelle strade. Quel contrasto si rifletteva sicuramente nella psiche dei pazienti di Freud; anche se si trattava di un conflitto superficiale, paragonato a quello esistente tra il desiderio sessuale e la sua repressione. Estremamente consapevole dei pericoli derivanti dall'inganno e dall'ignoranza imposta, Freud aveva delle idee molto liberali riguardo all'educazione. Dava il suo appoggio alle campagne in favore delle riforme sessuali, anche se la sua posizione differiva da quella di altri riformatori più liberali. Karl Kraus, attraverso la rivista die Fackel, promuoveva l'idea di una sana "espressione" di ogni desiderio, e si augurava una liberazione sessuale tale da consentire una piena soddisfazione dell'individuo. La psicoanalisi invece, affermava Freud, intendeva soltanto liberare la sessualità dalla "rimozione" che subiva ad opera di un'istanza superiore e sovrimposta; il controllo sessuale dovrebbe essere una libera scelta dell'individuo e non il dettame di un sistema sociale alienante.


A sua volta, Karl Kraus trovava che l'atteggiamento di Freud trasudasse di opinioni giudaico-cristiane circa la peccaminosità del sesso. E' comunque vero che, se liberale nella sua opposizione alle convenzioni borghesi, Freud avversava però la corruzione sessuale, la prostituzione, la promiscuità ipocrita e la diffusione delle malattie veneree, con un accanimento superiore a quello di certi suo contemporanei. Quando il suo amico e collega Fritz Wittles pronunciò parole eloquenti gloriando la donna come cortigiana, Freud immediatamente tagliò corto: "L'ideale delle etere non ha posto nella nostra civiltà. Noi ci sforziamo di scoprire la sessualità; ma una volta che la sessualità è dimostrata, pretendiamo che ci si renda coscienti di tutta questa rimozione sessuale e si impari a sottometterla alla civiltà. Mettiamo al posto della rimozione la normale repressione. Il problema sessuale non può essere risolto separatamente dal problema sociale; e se si preferisce l'astinenza alle condizioni sessuali miserevoli, ci si astiene protestando.

La coscienza della peccaminosità che si oppone alla sessualità è enormemente diffusa, e anche coloro che sono sessualmente liberi si sentono gravi peccatori. Una donna che, come l'etera, non è degna di fiducia nella sessualità, non ha niente di interessante, non è che uno straccio (Haderlump)". Nel gergo viennese, Haderlump sta per persona negligente, trascurata, cenciosa, stracciona . Gli arzigogoli intellettuali e le tensioni psicologiche che ruotavano intorno alla questione della sessualità non poterono non incidere sull'atteggiamento nei confronti della donna. L'enorme ipocrisia della vita sessuale trovò la sua più sublime espressione nella ben nota dicotomia dea-prostituta, o nella concezione della donna come espressione della sessualità trionfante o ripugnante. Se si considerava la sessualità con un atteggiamento tortuoso e ambivalente, non diverso trattamento veniva riservato alle sue "rappresentanti": le donne.

Quel che forse vi è di insolito in quel periodo è il fatto che questa banale ideologia riguardo alle donne ebbe nuovo impulso da grandi artisti e originali pensatori, che trassero da essa la loro ispirazione. L'esponente più noto fu Otto Weininger, che rivendicava la paternità del concetto di bisessualità. (Freud, respingendo le pretese di originalità di Weininger, dovette però riconoscere il proprio debito nei confronti dell'amico Fliess a proposito di questa teoria tanto apprezzata; comunque, il significato che Freud attribuiva al concetto di bisessualità è al polo opposto rispetto a quello di Weininger). Ebreo che odiava gli ebrei, uomo lacerato dal conflitto tra i propri desideri sessuali e il codice morale ebraico, Weininger era l'esempio vivente delle tensioni esistenti nella sua società. Per lui c'era fra i sessi un antagonismo tragico, fondamentale: nell'uomo prevaleva la razionalità, e nella donna la sessualità. Ma il dilemma è ben più profondo perché, in diverse proporzioni, in ogni individuo esistono elementi propri di ciascun sesso che sono fra loro incompatibili ed eternamente inconciliabili: da cui l'accezione che il termine "bisessualità" ha per Weininger. Di questa coppia in continua lotta egli detestava l'elemento femminile, e per di più lo considerava ebreo. Sentiva che questa parte era in lui troppo forte, e la tensione gli risultava insopportabile. Dalla sua vita trasse origine la sua teoria; e dalla sua teoria il suicidio avvenuto nel 1903. Gli artisti viennesi della fine dell'Ottocento erano gli eredi della misoginia di Nietzsche e di Schopenhauer.

Questi filosofi paventavano la sensualità irrazionale ed elementare delle donne allo stesso modo in cui temevano il potere anarchico della sessualità. Ma per quanto irrazionale ed elementare, questa sensualità è anche naturale, spontanea, intensa; molti scrittori, pur senza ripudiare la loro misoginia, abbandonarono Nietzsche e Schopenhauer e si volsero verso Goethe e la sua concezione del principio dell'eterno femminino, fonte di perpetuo rinnovamento per la vita e per l'arte. Nell'ambito della psicologia questa tesi trovò la propria espressione nelle opere di Jung. Scrittori come Kraus celebravano le qualità femminili e le contrapponevano al razionalismo del maschio, ritenuto responsabile del valore sproporzionato attribuito all'arida tecnologia e al crasso materialismo; in nome del principio dell'eterno femminino Kraus stigmatizzava l'avidità e la corruzione presenti nella sua società. Il pittore Oskar Kokoschka prese ancora più alla lettera questa proposizione; l'uomo passa, la donna è la linfa vitale che resta sempre.

Il principio dell'eterno femminino non è solo un'idea, ma una forza della vita; così si fece costruire una donna ideale, una bambola silenziosa e adorante, fatta di pelle e di ossa e di occhi veri, che sedeva accanto a lui. Fu il soggetto di alcuni dei suoi dipinti maggiori e simbolo della fonte di tutta la sua ispirazione. Non si può dire che l'idea di un principio creativo femminile non abbia servito bene la causa dell'arte, perché questo fu un periodo straordinariamente fecondo. Ma anche se trovava divertente l'esplorazione di quest'idea, Freud non voleva averci a che fare. La sua galanteria era di natura più mondana. L'idea di un principio creativo femminile, ovviamente, non è altro che una versione più rarefatta dell'idolatria della maternità. Probabilmente sarebbe facile riscontrare l'esistenza di un complesso edipico non risolto, quale quello diagnosticato da Freud, in tutti coloro che traevano da questa fonte la propria ispirazione.

La posizione personale di Freud in rapporto al ruolo svolto dalla donna nella società era più realistica. Benché la sua concezione non fosse ne esaltata, ne denigratoria, certo non dava adito a molte speranze. Quando, durante la riunione psicoanalitica settimanale, Fritz Wittels discusse un articolo da lui scritto per die Fackel sulle donne medico, Freud analizzò l'ambivalenza archetipa di Wittels, cioè la sua paura della donna come essere umano sessuale. Wittels sosteneva che la donna dedita a una carriera perdeva quella trionfale sensualità che era suo compito offrire su questa terra. Freud mostra l'altra faccia della medaglia di questa idolatria, ma, seppure da un altro punto di vista, conferma la futilità dell'istruzione femminile. Pur ritenendo che si trattasse di una divisione culturale di ruoli, Freud non sembra aver avuto pregiudizi di nessuno genere nei confronti delle donne che riuscivano ad affermarsi nel mondo intellettuale o in quello artistico: quando, nell' aprile del 1910, si votò per decidere se ammettere o meno le donne alle discussioni analitiche settimanali, Freud criticò i tre membri (su un totale di 11) che si erano opposti alla loro ammissione, accusandoli di mancare grossolanamente di coerenza. Fu sempre estremamente bendisposto verso le psicoanaliste donne. Di queste, Lou Andreas-Salomeè fu la prima a partecipare a quelle sceltissime riunioni. Freud pensava che il destino generale della donna fosse quello di essere appunto moglie e madre, ma se alcune donne trovavano il proprio soddisfacimento nella ricerca di altri valori, egli non aveva nulla da obiettare. La felicità era l'unica cosa che contava.

Anche se riteneva che la divisione dell'umanità in due sessi fosse una realtà fondamentale della storia dell'uomo, Freud non la considerava un semplice opposizione. Quando il collega Otto Rank avanzò l'ipotesi che l'inconscio fosse femminile (che è in realtà un'altra versione del principio creativo irrazionale femminile, questa volta in chiave psicoanalitica), Freud espresse enfaticamente il suo disaccordo. Il fatto poi che egli considerasse maschile la libido e ritenesse che entrambi i sessi rimuovessero nell'inconscio gran parte di ciò che è femminile, è (come abbiamo visto) tutt'altra faccenda.








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