28Dicembre

Il rito degli Argei

... erano gettati dalle Vestali dal ponte Sublicio nel Tevere con rito solenne;

di Gaetano Dini
Era questa una festa che si svolgeva intorno al ponte Sublicio sopra il quale trovava il suo acme. Era questo il ponte più antico di Roma costruito a sud dell'Isola Tiberina, un isolotto naturale posto nel letto del Tevere e che veniva sfruttato come guado, passaggio del fiume in epoca protostorica.

Il termina “Sublica” derivava dalla lingua dei Volsci e significava “Tavole di Legno”. Ponte Sublicio quindi inteso come “Ponte delle Tavole di Legno” in quanto originariamente costruito tutto in legno.
A questo ponte è legato anche il mitico episodio di Orazio Coclite durante l'assedio romano tenuto da Porsenna.

Il 14 maggio di ogni anno sul Ponte Sublicio si svolgeva un rito antichissimo, quello degli Argei. Una processione solenne composta dai sacerodoti coniugi Flamen e Flaminica Dialis preposti al culto di Giove Capitolino, dai Magistrati, dalle Vestali addette al mantenimento del fuoco sacro cittadino e dal popolo tutto, arrivava sul ponte da dove le Vestali gettavano nelle acque del Tevere 27 o 30 fantocci di giunchi con mani e piedi legati, rappresentanti questi simboliche figure di vecchi.

Questa cerimonia veniva preceduta il 17 marzo da una processione di cui non si hanno precisi dettagli storici che toccava delle cappelle sacre dette “Argea”, forse in numero di 27, disseminate lungo le pendici dei sette colli e poste a cintura di protezione sacra della città.

Gli storici latini di epoca repubblicana ed imperiale nei loro testi riportavano i momenti del rito  degli Argei senza saperne spiegare il vero significato e dandone al riguardo interpretazioni diverse. Ovidio ad es. racconta che in epoca antichissima quando sul Lazio regnava Saturno, un oracolo impose di gettare nel Tevere a fine propiziatorio un numero di persone pari a quello delle antiche “Gentes” che vivevano sulle pendici dei colli dove sarebbe poi sorta Roma.
Altra interpretazione fornita dal poeta è quella che Ercole giunto coi suoi compagni nel Lazio ospite del re Evandro, sconfisse ed uccise il gigante Caco dedito alla rapina ed al saccheggio di quei luoghi.
Rimasti i compagni di Ercole a vivere nel Lazio, quando questi giunsero a vecchiaia chiesero  ai loro discendenti che i propri corpi dopo la morte fossero gettati nel Tevere per essere trasportati dalle sue onde nel mare e da qui giungere in Grecia ad Argo, loro città natale. Ma i loro discendenti non ritennero naturale la cosa per cui seppellirono in terra laziale i propri cari  e gettarono nel Tevere in loro vece dei fantocci di giunchi affinchè raggiungessero via mare  la patria greca.

La critica storica moderna fornisce un'interpretazione “ab antiquo” del rito degli Argei visto o come sacrificio umano per propiziarsi gli Inferi o come ragione di uccidere i vecchi della comunità una volta che questi non fossero stati più autosufficienti o come antica pratica di sepoltura in acqua, sostituita poi l'usanza originaria con un sacrificio simulato.

L'uccisione rituale a fini propiziatori era diffusa nei vari popoli dell'antichità come lo era del resto la soppressione dei vecchi da parte di alcune comunità a motivo delle condizioni drammatiche  di vita cui erano esposte, clima polare o desertico estremo, deficienze alimentari costanti, regime continuo di migrazioni, tutte situazioni in cui i vecchi non più autosufficienti erano di ostacolo  alla fisiologica sopravvivenza della collettività.

Il detto “riso sardonico” deriva verosimilmente dall'usanza dei popoli dei Nuraghi di porre il vecchio non più autosufficiente dentro uno spazio circoscritto da pietre e procedere poi alla sua lapidazione. Il vecchio che conosceva fin da bambino l'esistenza ed il significato di questo rituale, attendeva la propria morte con un sorriso beffardo, detto appunto “riso sardonico”.


Anche la sepoltura in acqua era un rito anticamente diffuso, legato all'idea della morte come sotterraneo viaggio acqueo verso la terra degli antenati. Si pensi a questo proposito come ancora in epoca storica Alarico re dei Visigoti, dopo aver effettuato il sacco di Roma nel 410 d.C., giunto nello stesso anno col suo popolo vicino Cosenza in Calabria e qui morendo improvvisamente (la leggenda dice per punizione degli dei in quanto Alarico aveva profanato Roma, la città eterna), il popolo sotterrò il proprio re coi suoi tesori personali nel letto del fiume Busento dopo averne momentaneamente deviata la corrente.

Bibliografia
Sacralità dell'acqua e sacrilegio dei ponti - Anita Seppilli - Sellerio Editore, Palermo
La religione romana arcaica - Georges Dumezil - Ed. Rizzoli, Milano

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